BENITO JACOVITTI, DI VITTORIO SGARBI

Gio, 09/03/2017

Un giornalista di “Libération”chiese a Benito Jacovitti (Termoli, 9 marzo 1923 - Roma, 3 dicembre 1997), alcuni anni prima della sua morte: “Ma lei ha avuto un’infanzia felice?”. “Sì che l’ho avuta” - ha risposto Jacovitti - “ ma, ahimè, l’ho perduta.” Credo che il senso più autentico della vulcanica, trasbordante, grande attività di Jacovitti sia contenuta, almeno in parte, in quella risposta. Nei suoi disegni, nei suoi personaggi - antipersonaggi, nelle sue storie senza storia, Jacovitti ha cercato costantemente di non crescere, di non essere mai adulto, alla ricerca sempre di un’infanzia perduta. 

Nessun intellettualismo, nemmeno quello “strapaesano” di Maccari al quale Jacovitti potrebbe sembrare vicino, perché ogni intellettualismo è l’esatto contrario dell’infanzia. Quella che Jacovitti ha cercato è una dimensione privilegiata dello spirito, straordinario antidoto alla deludente imperfezione della vita: l’ “ingenuità” reale, la “pre-razionalità”. Un’ “ingenuità”, quella di Jacovitti, che non è solo individuale ma anche collettiva, rievocando il gusto di civiltà premoderne e irrazionali, chiudendo il proprio universo in uno studio, con un pennino “Perlier” e un foglio di carta, per arrivare in un nuovo universo, un wonderland alla Lewis Carroll, nel quale diventa possibile tutto quello che ti passa per la mente. Ed ecco allora uomini trasformati in pupazzi grotteschi che fanno e dicono cose insensate, generate dai meandri più imprevedibili del nostro inconscio, come nelle filastrocche dei nostri nonni, in luoghi nei quali vengono sparsi a volontà pettini, pistole, salami e piedi nudi. Tutto ridicolo, in apparenza; ma siamo sicuri che quei pupazzi siano davvero più ridicoli degli uomini reali? Siamo sicuri che quei luoghi siano davvero più assurdi di certe nostre periferie urbane? Siamo sicuri, cioè, che la realtà sia più seria del wonderland tutto speciale, rustico, per niente vittoriano di Jacovitti? Negli anni settanta, Jacovitti si divertiva a schernire l’ignoranza dei giovani rivoluzionari di Sinistra: “Raglia, raglia la giovane Itaglia” diceva, infatti, un suo celebre slogan, costatogli la fine della collaborazione con la rivista “Linus”. C’è stato persino un partito, in tempi recenti, che ha scelto come simbolo l’animale che raglia, l’asino. Un’ “Itaglia”, quella dei politici “raglianti”, che ha fatto seguito a un’altra, verso la quale Jacovitti, nonostante le sue manifeste simpatie per i conservatori, non era stato certo troppo più tenero. Fa più ridere, allora, Jacovitti o queste “Itaglie”? E sono risate che si fanno a cuor leggero o che lasciano l’amaro in bocca? A cosa serve essere “seri”, se la serietà è una cosa ridicola? A cosa serve essere adulti, si chiede in sostanza Jacovitti, se si deve rinunciare a quell’ “ingenuità” così appagante, così meravigliosamente consolatoria? Egli, enormemente più saggio e preveggente di noi, si era dato una risposta: è lì, nel mondo della fantasia “ingenua”, nel wonderland sterminato di un foglio di carta, l’unica felicità possibile.

Vittorio Sgarbi