DOMENICHINO

Gio, 06/04/2017

Forse per la sua piccola statura o per il suo carattere notoriamente timido, Domenico Zampieri, veniva chiamato Domenichino (Bologna, 21 Ottobre 1581 – Napoli, 6 aprile 1641). Promotore e sostenitore del classicismo seicentesco, iniziò il suo apprendistato presso la bottega del pittore belga Denjis Calvaert, da cui fu cacciato via perché sorpreso a copiare alcune stampe di Agostino Carracci. Questo episodio però costituì l’ascesa della sua carriera artistica: mandato via nel 1595, venne accolto nell’Accademia degli Incamminati, diretta proprio da Agostino e Ludovico Carracci. Assieme a Ludovico Carracci, Guido Reni e Francesco Albani, realizzò le sue prime opere pittoriche fatte in collaborazione, come le decorazioni per l’Oratorio di San Colombano (Bologna), dove dipinse la “Deposizione nel sepolcro” (Affresco,1600). Nel 1601 partì alla volta di Roma, per seguire il suo maestro Annibale Carracci chiamato a decorare Palazzo Farnese. Roma era la città ideale per studiare da vicino le opere di grandi Maestri quali Raffaello Sanzio, e ben presto divenne anche il luogo di importanti conoscenze e conseguenti commissioni pittoriche. Nel 1602 realizzò per il cardinale Agucchi la “Liberazione di San Pietro”, nella Chiesa di San Pietro in Vincoli.
La prima commissione pubblica arrivò nel 1604 con tre magnifici affreschi per la Chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo e partecipò ai lavori per la decorazione di Palazzo Farnese, con affreschi a carattere mitologico. Dipinse nel 1612 le “Storie di Santa Cecilia” (Affresco), nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, commissionategli da Pierre Polet. Nel lingaggio espressivo del Domenichino soggetti storici e biblici si mescolano a soggetti mitologici descritti in un classicismo chiaro e nitido, combinato da un colorismo raffinato ed elegante. Per il cardinale Pietro Aldobrandini, nel 1616, dipinse “La caccia di Diana” ( Olio su Tela, cm. 225 x 320 – 1616-17) uno dei suoi capolavori più importanti e celebri, destinato alla Galleria Borghese, così importante da suscitare l’invidia del cardinal Scipione Borghese, che lo volle per sé e lo fece prelevare con la forza dallo studio del pittore, costretto poi per alcuni giorni in prigione per essersi rifiutato di cederglielo. Probabilmente per invidia e per la forte competizione che generava tra i suoi colleghi Artisti, venne definito “Bue”, presunta attribuzione data per il carattere “pesante” della sua pittura. Oltre i cicli di Affreschi realizzati per importanti committenze, furono numerose anche le grandi opere su tela, vibranti di un plasticismo dal forte senso classico, tra queste “Sibilla Cumana” (Olio su Tela, cm.129 x 94 –1610) “Comunione di San Gerolamo” ( Olio su Tela, cm. 419 x 256 – 1614) dipinto che trae ispirazione da un opera del suo Maestro Annibale Carracci realizzata 10 anni prima, “L’Angelo Custode” (Olio su Tela, cm. 249 x 210 – 1615); “Santa Cecilia suona la viola” (Olio su Tela, cm. 1600 x 1200 – 1617); “Sant’Agnese” (Olio su Tela, cm. 213,4 x 152,4 – 1620).
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Tornò a Bologna nel 1620 dove sposò Marsibilia Barbetti, e appena due anni dopo ricevette un nuovo incarico che lo riportò a Roma: gli Affreschi per la Basilica di Sant’Andrea della Valle, che lo impegnarono fino al 1628. Nel 1630, dovette confrontarsi con un nuovo ambiente culturale : fu chiamato a Napoli per decorare la Cappella del Tesoro del Duomo ma ostacolato da alcuni artisti napoletani, fu costretto a lasciare la città e a soggiornare a Frascati, ospite del Cardinal Aldobrandini. Successivamente le pressioni dei Deputati del Tesoro del Duomo di San Gennaro, per il completamento dei lavori, videro il ritorno del Domenichino nella città partenopea, dove morì il 6 aprile del 1641.
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Elisa Medda