FERNANDO BOTERO, DI VITTORIO SGARBI

Mer, 19/04/2017

Tra i fenomeni più significativi della contrapposizione tra il gusto della critica e quello del pubblico, certamente si colloca la ricerca, l’opera pittorica di Ferdinando Botero (Medellín, 19 aprile 1932). Egli è molto amato, molto popolare in ogni parte del mondo, il pittore più ricco del mondo, non tanto perché le sue opere siano in assoluto le più pagate, ma perché, avendo determinato una rivoluzione piuttosto densa e ricca e dipingendo con molta facilità e felicità numerose tele, Botero vanta una produzione che gli consente una copertura di mercati alquanto vasti, con numerosi soggetti piacevoli, registrando notevole consenso da parte di un collezionismo che, per alcuni versi, potremmo definire chic. D’altro canto, esiste anche un mondo snob, legato prevalentemente alla critica d’avanguardia, che lo guarda con orrore, al punto che Bonami, direttore della Biennale Arti Visive qualche anno addietro, ordinò di rimuovere ogni testimonianza di una mostra realizzata da una galleria privata a Venezia con sculture sui pontili dei vaporetti, al fine di evitare che la Biennale venisse contaminata dalla presenza di Botero. Dunque, cos’è che irrita tanto di quest’artista? Il fatto che essenzialmente egli racconti, che racconti con un evidente gusto della comicità; le sue figure sono piuttosto statiche, non c’è alcuna tensione drammatica nella sua pittura, c’è invece una decorazione che può determinare qualche disappunto, e la critica gli rimprovera, evidentemente, di essere un illustratore, di essere un pittore fumettista anziché drammatico. Come se la drammaticità fosse l’unico passaporto della modernità, come se la crisi del linguaggio dovesse comportare necessariamente una ricerca fuori della pittura. Chi produce, quindi, immagini contaminate dalla fotografia o con la proiezione del corpo o addirittura con l’uso del corpo come elaborazione dell’immagine è moderno a priori. In realtà, tutti i critici uniti nel non amare Botero, pur appartenendo a diverse tendenze, diverso orientamento, hanno un obiettivo negativo comune, che consiste nel ritenere Botero un pittore inadeguato o insufficiente, forse perché è pittore non sufficientemente artista, forse perché dipinge al di fuor del mondo dell’arte che predilige, spudoratamente, insensatamente, quelli che hanno deciso di non dipingere. E poi non si capisce perché, a tutti i costi, l’artista debba rispecchiare soltanto la tragedia, e non si capisce neanche perché questa tragedia debba riguardare chi collezioni e acquisti quell’artista. Quindi si coltiva un collezionismo di opere che sono come astrazioni, diverse astrazioni, a seconda della visione di ogni artista, che messe una a fianco all’altra rappresentano il nostro tempo: un tempo in cui c’è spazio per un Kounellis o per un Giacometti, ad esempio, e deve esserci anche per un Botero. O dobbiamo forse pensare che ci sia un problema, una particolare avversione nei confronti dell’obesità che trionfa nei quadri di Botero? Non piacciono i grassi e quindi non piace Botero? Poco importa a quest’artista che, felice davanti al suo cavalletto, continua a raccontare le sue favole altrettanto felici. E la felicità, evidentemente, piace ai più.

     
Vittorio Sgarbi