GAUGUIN, DI VITTORIO SGARBI

Ven, 09/06/2017

La fortuna popolare di Gauguin deriva dal fatto che ha rappresentato artisticamente un mito di derivazione illuministica ancora oggi attuale, il culto del buon selvaggio, che portava l’uomo dell’Occidente evoluto a cercare la sua purezza perduta nel mondo primitivo. Al culmine della sua maturità, Paul Gauguin decide di rifugiarsi, di ritrovarsi in una zona lontana dal mondo, Tahiti, interrompendo i rapporti con la propria civiltà. Egli cerca nella vita, non più solo nell’arte, l’evasione. Se, da una parte, la civiltà occidentale si perfezionava nella tecnologia, dall’altra, l’arte compiva un percorso inverso, puntando a un’essenza espressiva in cui moderno e primitivo coincidono. Ricominciare vuol dire tornare alle origini, è questa la chiave per intendere gran parte dell’arte del Novecento, il cui simbolico inizio si potrebbe far risalire al momento in cui Gauguin e Van Gogh si separano ad Arles, il 24 dicembre 1888. Qui s’interrompe una tradizione e se ne fonda ex novo un’altra, che rifiuta ogni rapporto con la precedente. È questo il momento per il quale si potrebbe parlare di morte dell’arte, anzi di un’arte, seguita da un’istantanea, prorompente rinascita di un’altra, segnata dall’ultimo Cézanne, da Picasso, da Matisse e da Braque. Gauguin, davanti a loro, è stato il primo, come ha scritto René Huyghe, “ a prendere coscienza della necessità di una rottura, perché potesse nascere un mondo moderno, il primo a sfuggire alla tradizione latina, dissecata, ossificata, moribonda, per ritrovare, tra le leggende barbare e le divinità primitive, l’impeto originario, ed è stato anche il primo a osare lucidamente di trasgredire e respingere la realtà esterna insieme al razionalismo”. L’originalità di Gauguin è tale e così profonda che se noi oggi sentiamo tutta la grande novità di linguaggio, ciò si deve a un vero e proprio sradicamento culturale. La sua opera, probabilmente, prende luce e diverso senso dai capolavori della maturità, dipinti in un’immersione non solo nelle forme, ma anche nei contenuti del mondo primitivo. Gauguin cambia il proprio mondo. Deve partire, deve salire su un battello, deve andare a vedere un altro mondo, dove non ci sia nessuna traccia della cultura occidentale, alla ricerca di una condizione di purezza, d’innocenza perduta. Importante premessa di quella ricerca che farà Picasso con le maschere primitive, per dire che non ha più nessun rapporto con la propria cultura. Gauguin dipinge un mondo primitivo, quello delle Isole Marchesi, dove i costumi sono diversi, dove tutto è una civiltà nuova. Ed ecco gli uomini nella natura, le danze, la felicità, quei colori che costruiscono un effetto d’arazzo e che sono un richiamo all’arte orientale. Gauguin è uno dei grandi anticipatori dell’arte moderna, perché ha saputo spostare il centro della visione dalla civiltà occidentale a quella primitiva.
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Vittorio Sgarbi