HERMANN ALBERT, DI VITTORIO SGARBI

Lun, 04/07/2016

Nel Novecento ci si ritrovò immersi in un universo di immagini realistiche prodotto da nuove tecnologie d’origine meccanica: fotografia, cinema, televisione e persino la telematica digitale. I fautori della figurazione realistica erano perfettamente coscienti di quest’evoluzione epocale. Dalla Metafisica in poi, nessun figurativo “realistico” si è più illuso di poter riprodurre la natura con la stessa convinzione di un artista greco- romano o quattrocentesco, né di voler rivaleggiare con la fotografia o con il cinema. Proprio i nuovi presupposti storici appena evocati hanno fatto in modo, come aveva capito il De Chirico metafisico, che la figurazione artistica di tipo “realistico” diventasse la più anti-realistica delle forme di rappresentazione. Di tutto questo, indubbiamente, Hermann Albert (4 luglio, Ansbach, Norimberga) è stato uno splendido, lucidissimo profeta. Rispetto a molti suoi colleghi, egli parla con la stessa facilità espositiva, con la stessa solare logica argomentativa con cui dipinge: “La mia pittura non si confronta mai direttamente né con il mito né con la realtà. Si tratta infatti di un’indagine che parte da presupposti mentali, senza verificare l’esistenza di modelli reali…Dalle mie opere, insomma, emerge una realtà autonoma che non necessita di un confronto con l’esterno.. Attraverso i miei quadri voglio evocare una situazione nella quale trovano espressione istanze indipendenti dalle dimensioni temporali ed esistenziali”. Ancora: “ la mia pittura ha un solo obiettivo, benché ambizioso: ancorare il passato e il transitorio al futuro… Il mio intento primario è quello di descrivere la presenza fisica…Arrivai in Italia per la prima volta nel 1971, e in quel periodo la pittura figurativa veniva generalmente additata come retorica e passatista. La vittoria di Marcel Duchamp, e con lui quella dell’arte concettuale, appariva definitiva. Proprio allora mi accorsi che aveva una maggior carica rivoluzionaria l’esperienza proposta alla fine degli anni Dieci da Valori Plastici, piuttosto che da quello di artisti considerati ufficialmente d’avanguardia, come Lucio Fontana, Alberto Burri o Piero Manzoni. Il fatto che, subito dopo la ventata futurista, un gruppo di pittori avesse deciso d’ispirarsi direttamente a Giotto, Paolo Uccello, Masaccio e Piero della Francesca mi sembrava una cosa davvero rivoluzionaria di cui bisognava tener conto…Credo che interpretare il Trecento alla luce di una nuova modernità sia stata un’operazione di grande coraggio. 

Carlo Carrà annotava nel 1912: ‘ io scrivo e vedo avanti a me valori artistici di tutti i tempi, e li misturo e li valuto’; questa sua opinione la condivido pienamente”. Cosa rimane da dire di più al critico davanti a tanta perfetta consapevolezza di sé, a tanta dimestichezza con la propria arte? Cosa rimane da fare a un critico, quando l’artista che deve commentare non è il solo folcloristico personaggio “ che sa solo esprimersi con l’arte”, ma è anche il miglior critico di se stesso? Gli rimane solo da recuperare quella che in fondo è la natura più autentica del suo ruolo, l’osservazione, e godere, come qualsiasi persona comune, di quelle imperturbabili, sempre affascinanti promesse d’eternità che sono le opere di Hermann Albert.  
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Vittorio Sgarbi