KEITH HARING, DI VITTORIO SGARBI

Gio, 04/05/2017

Haring (Kutztown, 4 maggio 1958 – New York, 16 febbraio 1990) è stato una personalità di notevole rilievo nell’ambito dell’arte contemporanea, così come tanti celebri artisti lo sono stati nell’arte del passato. Ma la radicale differenza nella produzione, nella fruizione e nella concezione stessa dell’arte contemporanea, così tipica (si pensi ai sacchi di Burri, ai riporti fotografici di Andy Warhol o ai televisori di Paik), rende estremamente delicato qualsiasi paragone tra presente e passato. Sono due cose diverse. 

Haring è il massimo rappresentante di un fenomeno noto come “graffitismo metropolitano”. In Italia ha avuto i suoi più attenti osservatori in Dorfles, Abruzzese e Francesca Alinovi. Si tratta di una forma espressiva “popolare”, nella quale le masse metropolitane meno abbienti, soprattutto giovanili, si sono subito riconosciute. Riflette un’abitudine dell’uomo, istintiva e plurimillenaria (i graffiti nelle caverne dei primitivi, lo straordinario asino crocifisso di un anonimo romano, nel Museo Nazionale delle Terme), che ha ripreso corpo nei muri, negli arredi urbani e nei servizi pubblici delle città odierne. Il graffitismo si pone, perciò, su un piano differente rispetto all’arte “colta”, quella elaborata presso ambienti informati sugli sviluppi della disciplina specifica. Non a caso, il graffitismo dei ghetti dei neri ha trovato il suo parallelo musicale nel “rap”, e lo stesso Haring ha realizzato una delle sue performance più riuscite insieme al pubblicitario Jean-Paul Goude e alla cantante Grace Jones. Haring ha avuto l’abilità, in conformità con le norme dell’industria moderna, di aver ideato uno stile seriale, facilmente riconoscibile e replicabile meccanicamente. È quanto avevano fatto, prima di lui, gli artisti “pop”. Haring, come Andy Warhol, ha voluto creare uno stile universale che fornisse un’adeguata dimensione al mondo contemporaneo. Ciò lo distacca dalle forme più velleitarie del graffitismo spontaneo, interessanti solo per i sociologi e gli psichiatri, come da suoi colleghi quali Rammellzee, Cutrone, Basquiat, Scharf, Quinones e altri. “Il mio lavoro”- dice Haring- “consiste in una riduzione agli elementi primari del segno, dove c’è una precisa identità tra pittura e scrittura. Il senso è lo stesso dei geroglifici egiziani o dei pittogrammi giapponesi”. I pittogrammi di Haring rivelano, in trasparenza, il debito con la pittura gestuale e segnica dell’Informale; sono i pettini di Capogrossi “antropoformizzati”, sono i simboli ideali della nuova “tribalità” metropolitana. E in questa coscienza Haring dissolve la differenza di piano tra arte colta e arte popolare.  

Vittorio Sgarbi