Peter Paul Rubens

Mer, 28/06/2017

“Il Seicento è l’ultima grande stagione della pittura fiamminga, e il sole che matura i frutti di questo splendido autunno è la luminosa pittura di Rubens”. (Salvini, 1958, p.173)

A sessant’anni dalla sua morte l’astro brillante di Peter Paul Rubens (Siegen, 28 giugno 1577 - Anversa, 30 maggio 1640) era già celebrato e universalmente riconosciuto illuminando di luce propria la storia dell’arte, e non si sarebbe mai più spento.

De Piles, suo primo biografo (De Piles, 1699, p.399) lo celebra come “un Genie de feu, d’un ésprit élevé, qu’il avait cultivé par beaucoup de connaissances”. Ancor prima, nel 1674, Raffaele Soprani, delinea sinteticamente la vita del pittore fiammingo apprezzando il “gustoso e vivace colorito di questo valentuomo, il gentile suo tratto, la facondia del suo parlare, e le altre nobili doti, che lo fregiavano..” (Soprani, 1674).
Da questi pochi attributi, possiamo avvicinarci ad un breve percorso nella biografia di Pietro Paolo Rubens, genio e regolatezza, contro ogni romantico pregiudizio. Ricco, affascinante, colto, abile diplomatico e grande imprenditore, marito e padre esemplare, indefesso lavoratore anche quando il dolore della malattia, la gotta iniziata già nel 1627, diventa quasi insopportabile, accompagnandolo fino alla morte.
Peter Paul Rubens nasce a Siegen, in Westfalia, il 28 giugno 1577, sesto e penultimo figlio di una ricca famiglia anversese; il padre Jan (Anversa 1530-1578), giurista del consiglio comunale di Anversa e di fede protestante, viene proscritto dal vigente governo spagnolo e di fede cattolica di Filippo II, durante gli anni cruciali della furia iconoclasta dettata dalla Riforma luterana, è quindi costretto a Colonia con la moglie Marie Pypelinckx (Anversa 1538-1608), figlia di un commerciante di arazzi e i quattro figli già nati, e diventa consulente legale di Anna di Sassonia.
Sarà proprio la moglie Marie a perdonarlo e a salvarlo dalla pena capitale sentenziata nei suoi confronti dopo essere stato scoperto amante della stessa Anna di Sassonia. Trasferiti a Siegen agli arresti domiciliari, i coniugi Rubens si riconciliano, nascono Filippo nel 1674 e, tre anni dopo, Peter Paul. Finita di pagare la cauzione, la famiglia ritorna a Colonia e dopo la morte di Jan, Marie riesce finalmente, dichiarandosi cattolica nelle Fiandre cattoliche appena riconquistate da Alessandro Farnese (1585), a rientrare ad Anversa con i figli dove si stabilisce dal 1589. Qui comincia la formazione del giovane Rubens; studi classici alla costosa scuola latina di Rumoldus Verdonck, interrotti perché la mamma non riusciva a sostenerne le spese, ma occasione per Pietro Paolo di essere messo al servizio come paggio della contessa Marguerite di Ligne-Arenberg, vedova di Philippe de Lalaing, dove sicuramente imparò l’etichetta e i modi dell’ambiente, indispensabili nei rapporti diplomatici che avrebbe poi sostenuto.La vita del paggio a servizio comunque non era nelle sue corde e ben presto il giovane Pietro Paolo espresse la sua volontà di divenire pittore. La madre, asseconda le aspirazioni artistiche del figlio quattordicenne e lo sistema, apprendista, prima presso un parente, Tobias Verhaecht (1571-1631), paesaggista di maniera sul filone di Joos de Momper, poi nello studio del ritrattista Adam van Noort (1562-1641) e quindi presso il grande “romanista” Otto van Veen, in arte Vaenius (1556-1629), pittore di emblemi e umanista di grande cultura.A 21 anni entra nella gilda di San Luca ad Anversa (1598), riconosciuto quindi maestro indipendente, forte dell’uso leggero del pennello e del disegno acquisito dal paesaggismo di Verhaecht-de Momper, unito alla capacità di osservazione e descrizione della figura umana di van Noort e all’amore per la grandezza della cultura classica a tutto tondo di Vaenius. Rubens continuerà ad implementare gli studi umanistici presso uno dei maggiori latinisti del tempo, Joest Lips (Justus Lipsius, 1547-1606), dove era allievo anche il fratello Filippo.
1600-1608 All’apertura del nuovo secolo, Rubens è in Italia (1600-1608), percorso indispensabile per affinare la sua organica concezione di artista e raffinato intellettuale. Ha in tasca un certificato di buona condotta e di buona salute, parla sette lingue, padroneggia non solo la tecnica pittorica, ma anche la composizione a disporre le figure e distribuire le luci in modo appropriato come puntualizza de Piles. “Ebbe egli natural dono, spirito vivo, ingegno universale, nobile, e coltivato nella letteratura di buoni autori di Istoria e di Poesia, ond’era capace d’invenzioni, e sapeva spiegare i soggetti con le parti più proprie, e più opportune; era efficace all’azione, ed in esse esprimeva, ed animava i moti e gli affetti” (Bellori, 1672, pp. 254-255).

Con queste caratteristiche Rubens affronta il formativo soggiorno italiano. Passa probabilmente per Parigi e Fontainebleau e approda a Venezia e all’arte di Tiziano, Veronese e Tintoretto, dove il fortunato incontro con un gentiluomo al servizio di Vincenzo I Gonzaga, lo introduce alla di lui Corte. Il Duca di Mantova, già collezionista e amante dell’arte pittorica fiamminga, lo assume come pittore, per 400 ducati all’anno, con l’impegno di eseguire i ritratti del principe e della sua famiglia destinati alle Corti straniere, sovrintendere ai lavori di decorazione del palazzo e copiare le opere allora più celebri. Con il Gonzaga presenzierà al matrimonio per procura di Maria de’ Medici, sua futura mecenate, con Enrico IV, re di Francia celebratosi nel duomo di Firenze il 5 ottobre 1600.
Inviato a Roma, presso il cardinale Alessandro Montaldo, per “copiare” alcune opere per la galleria del Duca, Rubens frequenta il fervente ambiente pittorico capitolino, conosce Paul Bril e Adam Elsheimer, l’opera rivoluzionaria di Caravaggio e la grande decorazione di Annibale Carracci. Riceve la prima commessa pubblica, attraverso J. Richardot, (presso il quale lavora il fratello Filippo, n.d.r.) oratore a Roma di Alberto d’Austria, allora reggente dei Paesi Bassi spagnoli, per la decorazione della cappella di S. Elena in S. Croce a Gerusalemme.
Inizia così la sua esperienza vera sul campo, nella complessa veste di artista di professione con funzioni però anche di diplomatico e politico.
Lo stesso Vincenzo I lo invia, infatti, a Genova, nel 1604, a farsi rimborsare da uno dei banchieri dei Gonzaga, Nicolò Pallavicino, alcune spese straordinarie sostenute durante una sua prima missione diplomatica nella Spagna di Filippo III, sempre per conto del Gonzaga, dove aveva avuto modo di conoscere i tesori artistici degli Asburgo. La nobiltà genovese sarà sempre un punto di riferimento in Italia per il pittore tanto da far scrivere al Soprani “ Niuna città d’Italia può vantarsi d’aver più, che Genova goduto il gran Rubens, autore della Fiandrese scuola; e di possederne più tavole…”(Soprani, 1674).
Dai primi contatti con i Gesuiti intraprende la decorazione della cappella della SS. Trinità a Mantova e, nella rete delle sue azioni diplomatiche riesce a far acquistare al Duca la Morte della Vergine, opera respinta del Caravaggio.
Entro il 1605 dipinge, per la chiesa dei Gesuiti a Genova, la pala raffigurante La Circoncisione, commissionata dallo stesso Pallavicino, attraverso il quale è introdotto al cognato monsignor Jacopo Serra, banchiere papale, che lo indirizzerà nuovamente all’ambiente romano dove Rubens soggiornerà dal 1606 al 1608, insieme al fratello Filippo, che già vi risiedeva come bibliotecario presso il cardinale Ascanio Colonna, coltivando la passione comune degli studi classici, e realizzando importanti opere commissionategli, nel 1606, dalla nobiltà genovese (ritratto di Brigida Spinola Doria, ritratto di Gio. Carlo Doria a cavallo) e da altre importanti committenze. E’ di questi anni la commessa per la pala di S. Maria in Vallicella, chiesa madre dei Padri Oratoriani, che sancisce definitivamente il successo di Rubens, artista forestiero accolto nel cuore della Chiesa di Roma. Sintesi artistica di quanto l’arte italiana abbia intriso il pennello di Rubens è il capolavoro notturno dell’Adorazione dei Pastori per la chiesa di San Filippo Neri a Fermo. Possiamo ancora percepire l’euforia della scoperta di Longhi, quando nel 1927, scrive: “ Ma era proprio il Rubens, in persona prima, che mi veniva incontro dal terzo altare a mano destra in San Filippo; e, per giunta, con un dipinto, che, redatto patientemente negli anni del soggiorno italiano, non poteva dar luogo a dibattiti di collaborazione” (Longhi, 1927 e 2004).

Il suo sincero attaccamento ai valori e agli affetti familiari, riportano però il grande pittore ad Anversa nel 1608, richiamato da Filippo al capezzale della madre morente. Si congeda quindi dalla corte mantovana e non tornerà più in Italia. Berenson stesso scriverà:“Rubens è un italiano”.
1609-1630
Grazie alla riconosciuta fama e ai contatti ormai acquisiti, Rubens entra al servizio dell’Arciduca Alberto, con il privilegio di poter risiedere ad Anversa invece che a Bruxelles, sede della Corte arciducale, privilegio che contraccambia con il ritratto di Isabella e Alberto, ampiamente diffuso.
Viene introdotto dall’amico Jan Brueghel alla Congrega dei Romanisti grazie alla comune esperienza italiana e, sempre nel 1609, si sposa con Isabella Brant, giovane figlia di un facoltoso avvocato anversese.
Comincia con lei la costruzione del primo nucleo di quella che sarà la Rubenshuis, lo studio-atelier-officina dove l’artista-manager dipinge, insegna, forma e coltiva i suoi allievi, realizza incisioni, colleziona opere d’arte nel Pantheon-museo appositamente costruito e libri rari, tratta affari e commesse. Coglie e lascia emergere, tra i numerosi e abili allievi dello studio, le migliori attitudini di ciascuno. Per lui hanno lavorato Van Dyck, Jordaens, Snyders, Brueghel, Wildens, Soutman… Così il pittore Anquetin, grande cultore di Rubens, ci riporta quell’atmosfera: “ Son travail est si méthodique, sa méthode si claire, sa technique si arretée, qu’il sait entrainer tous comme un merveilleux chef d’orchestre, mettant chacun à sa place, confiant à chacun ce qui convient à ses aptitudes, si bien que tout revient à lui, que partout il est présent, et que généralement il est impossible de distinguer dans ses ouvrages la présence de mains étrangères”(Anquetin, 1924).
Le chiese cattoliche di Anversa, duramente colpite dall’iconoclastia, diventano i suoi principali committenti insieme all’aristocrazia delle più importanti Corti che, grazie alla sua grandezza artistica, accorciano i confini in una dimensione europea. I patrizi genovesi residenti nelle Fiandre saranno il tramite per l’arrivo di tante sue opere nella loro città. Nel 1616 Franco Cattaneo gli commissiona i cartoni per la serie di arazzi con le Storie del console Decio Mure (Boccardo, 2004), nel 1620 arriva la tela de I miracoli di Sant’Ignazio al Gesù e nel 1622 Rubens pubblica la prima edizione de I palazzi di Genova celebrando l’architettura dei più prestigiosi palazzi moderni dei Genovesi, “al fine di introdurre in Fiandra la buona forma Italiana” (Bellori, 1672, p. 237).
Rubens è veramente l’artefice dell’internazionalizzazione del barocco italiano, ha unito il primato del disegno fiorentino al colore veneto, realizzando il sogno e le aspirazioni di almeno tre generazioni di pittori fiamminghi che auspicavano la sintesi tra Rinascimento italiano e tradizione locale, in un’ arte che raggiunge, con la magniloquenza del suo linguaggio pittorico, una grandiosa universalità. La vastità della sua cultura offre all’artista la possibilità di affrontare con eguale fervore tematiche religiose, profane, storiche e mitologiche.
La grandezza della sua bella pittura sta nell’indagare il mito della realtà come esaltazione della forza vitale, fisica e spirituale insieme e trasporlo in pura Poesia.
Inizia l’epoca dei grandi cicli, il primo per i Gesuiti di Anversa che gli commissionano trentanove grandi tele per i soffitti della loro chiesa (1620), andate distrutte nell’incendio del 1718 e il, meno sfortunato in quanto ancora oggi godibile al Louvre, ciclo dedicato alla storia di Maria de’ Medici per il Palazzo del Lussemburgo, dove Rubens presenta le vicende storiche e politiche della regina madre in chiave mitologico-allegorica.
Negli anni venti, fertili di lavoro e di guadagni, Rubens realizza anche importanti ritratti di personaggi illustri. “Si alza alle quattro del mattino, nella buona stagione, va a messa e si mette al lavoro mentre ascolta la lettura di Plutarco, di Livio o di Seneca. Riprende nel pomeriggio il lavoro dopo un pasto frugale, e alle cinque inforca il cavallo – possibilmente uno di quei magnifici destrieri di Spagna di cui era appassionato – e galoppa per la campagna o sui bastioni della città” (Salvini, 1958, p.184).
Nel frattempo Isabella gli dà tre figli, C
laire Serene, Albert e Nicolas e lo lascerà in un profondo sconforto quando, nel 1626, muore vittima dell’epidemia di peste di Anversa. 
Inconsolabile, anche con l’aiuto dello stoicismo che vorrebbe il suo Seneca, l’artista accetta nuove missioni diplomatiche che lo allontanano dalle Fiandre. Tra il 1626 e il 1629 sarà in Francia, Olanda, Spagna e Inghilterra, accolto da ogni regnante. A Madrid avrà a disposizione addirittura uno studio privato dove esercitare la sua indiscussa e sempre più richiesta arte pittorica. Frequenta il più giovane Velasquez discutendo con lui dei capolavori conservati all’Escorial. Dalla Spagna di Filippo IV passa all’Inghilterra di Carlo I (insignito da entrambi del titolo cavalleresco, n.d.r.) e la prestigiosa Università di Cambridge gli conferisce la laurea ad honorem quale Magister Artium. Alla Corte inglese continua a lavorare e produrre capolavori e solo nel 1630 ritorna ad Anversa.
1630-1640
Un nuovo amore entra nella sua vita: Hélène, giovane figlia di Jean Fourment, commerciante di tappezzerie diventa la sua seconda moglie e gli darà altri sei figli.
Con la nuova famiglia e l’agiatezza raggiunta, passa lunghi periodi in campagna vicino a Malines e a Eeckeren dove trova spunti per dedicarsi anche alla pittura di paesaggio, genere che non aveva ancora incontrato il suo pieno beneplacito.
Gli impegni diplomatici e politici cominciano a diradarsi, la sua vita e la sua pittura si fanno più intime, l’adorata Hélène è spesso modella dei suoi nudi femminili come nel capolavoro Hélène Fourment in pelliccia del 1638.

La malattia reumatica intanto accentua i dolori, soprattutto alla mano destra, ma non lo distoglie dall’impegno lavorativo per il programma ornamentale che dovrà celebrare l’ingresso trionfale dell’arciduca Ferdinando, nuovo governatore dei Paesi Bassi. Sarà lo stesso Arciduca a fargli visita a casa, per conoscere, riconfermandolo anche per quell’anno pittore di Corte, il grande artista che non era stato in grado (a causa della malattia, n.d.r.) di partecipare ai festeggiamenti.
Nel 1639 trascorre la sua ultima estate in campagna; torna ad Anversa solo per le disposizioni testamentarie. 

La gotta non perdona, nel marzo 1640 perde l’uso della mano destra…due mesi dopo, il 30 maggio, il suo grande cuore si arresterà per sempre…, ma la sua arte resterà invece immortale.

Riferimenti bibliografici:
Gio.Pietro Bellori, Vite dei Pittori, Scultori ed Architetti Moderni, Roma 1672 .Tomo I, ed. N.Capurro, Pisa 1821.
Roger de Piles, Abrégé de la vie des peintres avec des rèflexions sur leurs ouvrages. Paris, 1699.
Raffaello Soprani, Vite de' Pittori, Scultori ed Architetti Genovesi . Genova, 1674. II edizione riveduta da C.G. Ratti 1768, tomo I, pp. 444-445.
Louis Anquetin, Rubens, Ed. Nilsson, Paris 1924.
Roberto Longhi, La notte di Rubens a Fermo in “Vita artistica”, II, 10, pp. 191-197. 1927.
Roberto Salvini, La pittura fiamminga. Garzanti, Milano 1958.
Piero Boccardo, Roberto Longhi,Vittorio Sgarbi. Un capolavoro di Rubens, l'Adorazione dei pastori. Skira, Milano 2004.
Piero Boccardo, Arazzi rubensiani a Genova. Le Storie del console Decio Mure "ad istanza delli Genovesi" e le altre serie documentate in L'età di Rubens, catalogo mostra. Skira, Milano 2004.  

Arman Golapyan