TRENTO LONGARETTI, DI VITTORIO SGARBI

Mar, 27/09/2016

L’intenzione e l’impegno di Trento Longaretti (Treviglio, 27 settembre 1916) appaiono quelli di tradurre, in lingua moderna, la tradizione figurativa bergamasca: essere moderno senza rinunciare alle proprie radici e alla propria fede. L’impresa, quasi disperata, sovrappone in trasparenza il Cattolicesimo lombardo e la crisi dei valori del Decadentismo europeo, confluito nelle premesse dell’avanguardia. È fin troppo evidente che i mendicanti, i viandanti, i vecchi di Longaretti siano, molto spesso letteralmente, i diseredati eredi dei mendicanti, viandanti e vecchi di Giacomo Ceruti. Ma la pittura che abbiamo di fronte, palpitante e libera, spesso virata sui toni del rosso e del blu, rimanda con altrettanta facilità al Picasso del periodo blu e rosa, ai suoi personaggi picareschi, ai suoi poveri, alla gente da circo. Se entriamo poi nella pittura, vediamo che il referente diretto di Longaretti è Soutine. Le tre componenti qui indicate non solo sono ben riconoscibili, ma convivono unite e distinte, determinando un’immagine nuova e certamente originale. 

Pur non potendo rinunciare alle sue premesse, è certo che Longaretti abbia convissuto anche con gli spettri di Goya, Daumier, Chagall. Ma quando ha dovuto cavarne le suggestioni e il linguaggio, non si è staccato, se si eccettuano paesaggi e nature morte, dalle fonti privilegiate cui abbiamo accennato. Nelle opere più recenti, come Uomini soli del 1985, Vecchio mendicante con pianola del 1988, Nonno musicante con il nipotino del 1985, Longaretti riconduce all’essenziale, alle componenti primarie, le sue immagini. Non credo che, immerso in questi problemi di linguaggio, egli chieda, come spesso è stato fatto, interpretazioni sentimentali. La sua poetica non è umanitaria, ma necessitata da profonde ragioni culturali; e certamente esprime una pittura non di apparenza, ma di sostanza religiosa. Una fedeltà spontanea ai valori evangelici, che non sono tuttavia primari. In un certo senso, nelle sue opere avviene una contaminazione linguistica simile a quella che sostiene Petrouchka di Igor Strawinsky, dove melodie romantiche stridono a fianco di ritmi tumultuosi, quasi jazzistici. Nell’umanità di Longaretti, c’è uno stridore consolatorio come nella certezza che l’uomo dovrà arrivare alla fine di una lunghissima pena, senza un grido, senza un lamento. Nella pittura, come nella musica, tutto si ricompone, i contrasti convivono. Certo, l’equilibrio è difficile e la scommessa di Longaretti è molto rischiosa. Non mancano le vittorie, come quando l’aneddoto del viandante, del diseredato, del povero si disperde in una forma duttile e fluttuante e il segno sembra descrivere onde sonore. Allora la composizione assume un ritmo implacabile, una cadenza armoniosa, dove il segno e il colore s’incastrano, in un’evidente nostalgia per la pittura policroma monumentale, cancellando la memoria dei conflitti e il sussidio delle fonti. Longaretti è abituato alla ricerca d’impossibili sintesi, ed esse sono raggiunte, in accordo con la verità dell’uomo, più con la fede che con la ragione. 

Vittorio Sgarbi