GIACOMO LEOPARDI

Mer, 14/06/2017

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Suo padre Monaldo, avrebbe voluto per lui la conduzione di una vita più sana e più adatta a un ragazzo della sua età.
Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi, noto come Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 - Napoli, 14 giugno 1837), è stato un poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano.
Figlio del conte Monaldo, dotato di raffinati gusti letterari e artistici, riuscì a collezionare un'importante biblioteca privata, in cui il giovane Giacomo fu un frequentatore assiduo, tanto che a tredici anni già si dilettava di letture greche, francesi e inglesi. 
Nella biblioteca di casa si sommerge per "sette anni", anni che compromettono irrimediabilmente la salute e l'aspetto esteriore di Giacomo, fonte anche del pessimismo leopardiano. 
Il poeta ambisce a una felicità che è totalmente impossibile; la vita è un'inutile dolore; l'intelligenza non porta a nessun mondo superiore poiché questo non esiste se non nell'illusione umana. L'intelligenza ci porta solo a farci capire che dal nulla siamo venuti e al nulla torneremo, mentre la fatica e il dolore di vivere nulla costruiscono.
In realtà, il poeta era dotato di un'ipersensibilità che lo spinge a tenersi lontano da tutto ciò che avrebbe potuto farlo soffrire, tra cui i rapporti interpersonali.
A soli diciotto anni inizia a scrivere odi greche facendole credere antiche, e cominciò a pubblicare opere sulla conoscenza storica e filologica. 

- Nel 1815, matura quella che è divenuta famosa come la "conversione letteraria" di Leopardi, definito da lui stesso "passaggio dalla erudizione al bello". Seguirà poi l'abbandono della concezione politica reazionaria del padre ed il distacco dalla religione cattolica.
- Nel 1816, la sua vocazione alla poesia si fa sentire, insieme alle traduzioni del primo libro dell'Odissea e del secondo dell'Eneide, compone anche una lirica, "Le rimembranze", una cantica e un inno.
- Nel 1817, si registrano nuove traduzioni e prove poetiche significative. Sempre n
el 1817, sofferente per una deformazione alla colonna vertebrale e per disturbi nervosi, stringe rapporti epistolari con Pietro Giordani, il quale darà comprensione e amicizia al poeta. I due si conosceranno di persona nel 1818, l'anno seguente. Il 1818, è anche l'anno in cui Leopardi rivela la sua conversione, con il "Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica", in difesa della poesia classica; inoltre pubblica a Roma, con dedica a Vincenzo Monti, le due canzoni "All'Italia" e "Sopra il monumento di Dante". Nello stesso periodo viene colpito da una grave malattia agli occhi che gli impedisce non solo di leggere, ma anche di pensare, tanto che più volte pensa al suicidio.
Matura in questo clima la cosiddetta "conversione filosofica", il suo passaggio dalla poesia alla filosofia, dalla condizione "antica", felice e poetica, alla "moderna", dominata dall'infelicità e dalla noia, un percorso che riproduce a livello individuale l'itinerario che il genere umano si trovò a compiere nella sua storia. E' il momento in cui la condizione originaria della poesia si allontana ai suoi occhi e appare irriproducibile nell'età presente, un momento in cui la ragione ha fermato la possibilità di dare vita ai fantasmi della fantasia e dell'illusione. In questo periodo il suo pessimismo si alimenta ulteriormente innamorandosi segretamente della cugina Geltrude Cassi Lazzari, che rappresenterà uno dei suoi tanti amori non corrisposti.
- Nel 1823, finalmente Leopardi, con l'approvazione del padre, lascia Recanati dove si sentiva prigioniero di un ambiente mediocre. Ma anche a Roma, presso uno zio materno, rimane profondamente deluso, troppo frivola e poco ospitale.

Ritorna a Recanati per due anni, per poi prendere dimora a Milano nel 1825, dove conosce Vincenzo Monti. Successivamente, nel 1826, si trasperisce a Bologna, poi a Firenze nel 1827, dove conosce Vieusseux, Niccolini, Colletta, Alessandro Manzoni, e a Pisa nel 1827 e 1828. Si mantiene con lo stipendio mensile dell'editore milanese Stella, per il quale cura il commento alle rime del Petrarca, esegue traduzioni dal greco e compila due antologie di letteratura italiana: poesie e prose. Terminata questa sua collaborazione e quindi la sua entrata economica, torna a Recanati nel 1828.
-Nel 1830, torna di nuovo a Firenze su invito del Colletta; qui stringe amicizia con l'esiliato napoletano Antonio Ranieri, il cui sodalizio durerà sino alla morte del poeta.

- Nel 1831, pubblica a Firenze l'edizione dei "Canti". 
- Nel 1833, parte con Ranieri alla volta di Napoli, dove due anni più tardi firma con l'editore Starita un contratto per la pubblicazione delle proprie opere.
- Nel 1836, per sfuggire alla minaccia del colera, si trasferisce alle falde del Vesuvio, dove compose due grandi liriche: "Il tramonto della luna" e "La ginestra".

Muore improvisamente il 14 giugno 1837, a soli 39 anni.

Rebecca Molinari