LE CLINICHE DEL DISUMANO: ALDA MERINI

Mar, 21/03/2017

Una voce parla ad un uomo, in mezzo al deserto, e gli dice: “Io sono Yahweh, il Dio d'Israele. Questo è il tuo compito: libererai il mio popolo dalla schiavitù d'Egitto.” L'uomo si guarda intorno, fa un giro su se stesso, strizza gli occhi per vedere oltre le alte dune di sabbia mentre un vento caldo gli scuote i capelli. Intorno a lui niente, solo il deserto di Madian che a lungo aveva percorso. Quest'uomo si chiama Mosè.
La voce di Dio, autoritaria, torna a parlare: “Ti prometto la Terra Santa, ti prometto che questa terra di mia proprietà sarà tua, una volta liberata dai nemici oppressori.”
Quando una voce si fa insistente non resta che assecondarla. Così Mosè raduna il popolo ebraico e si mette in viaggio: traversato il Mar rosso – inseguiti dai nemici egiziani, a loro volta risucchiati dal mare – gli ebrei raggiungono il deserto - ancora una volta il deserto - e vi rimangono per quaranta lunghi anni a seguito dei quali potranno vantare la conquista della Giordania del sud.
Ma la promessa fatta da quella voce sovrumana a Mosè non viene mantenuta: egli, infatti, passerà a miglior vita senza riuscire a metter piede nella Terra santa. Del resto un detto recita: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Specie quando si tratta di promesse fatte da una voce “invisibile”.
Eppure qualcuno raccoglierà i frutti della fatica di Mosè: sarà il popolo ebraico liberato dalla schiavitù. Ci sono, tuttavia, tipi di schiavitù dalle quali gli uomini non ancora sono stati liberati.
Passano i secoli, e quella voce immateriale riprende a parlare. Il suo interlocutore, stavolta, è una donna. Il luogo della rivelazione è un altro tipo di deserto, ancor più arido di quello in cui Dio aveva interloquito con Mosè: è un manicomio. La donna in questione, una poetessa di nome Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931 - Milano, 1º novembre 2009)
, passerà dieci interminabili anni in questo deserto: anni senza fine, poiché in manicomio i giorni sono tutti uguali, fuori dal tempo, in una ripetizione monotona e disumana di gesti ed azioni. Disumana è pure la condizione in cui i degenti sono costretti a vivere: trenta persone, potentemente sedate da psicofarmaci, sono rinchiuse a chiave in una stanza che al massimo potrebbe contenerne quindici. Una di loro, Alberto, uomo innocuo e dall'indole dolce, canticchia da giorni ossessivamente uno stesso motivetto: “Continua a piovere”. Egli è in manicomio da quando aveva quindici anni: ne sono passati quaranta. I medici lo hanno relegato al “Padiglione dei pericolosi”, uno spazio circoscritto da un doppio recinto esterno all'edificio. Questo paglione, com'è facile intuire dal nome, accoglie quei soggetti che vengono reputati più pericolosi degli altri: sono coloro i quali hanno manifestato volontà suicide o hanno tentanto di scappar via. Alberto ha gli occhi semichiusi a causa delle grosse dosi di sonnifero che gli sono state somministrate durante gli anni eterni della sua reclusione. 

Dalla camera accanto si sente urlare una donna. La stanno sottoponendo all'elettrochoc: un paio di scosse elettriche le trapasseranno il cervello, stordendola e rendendola incapace di intendere e di riconoscere persino le persone a lei più care. Lo stesso trattamento sarà riservato agli altri pazienti: al momento se ne contano duecento. Tutti, indistintamente, vengono sottoposti alla tortura dell'elettrochoc: i degenti non hanno voce, non possono sottrarsi a questa pratica disumana, né hanno il diritto di comunicare il loro dissenso. Sono pazzi, reietti, elementi pericolosi, pertanto destinati all'isolamento. Nessuno dà loro ascolto. Il solo contatto col mondo esterno che gli viene concesso passa per le grate della struttura o per le finestre.
In questa Giordania ai margini della società non vi è alcuna porta d'accesso ad una Terra santa, né la voce di Dio viene ad annunciare la conquista di una terra promessa. Nel deserto arido di questi uomini abbandonati a sé stessi vi è solo una speranza: che prima o poi riescano a venirne fuori. Che ne escano vivi:

 

La luna s'apre nei giardini del manicomio,
qualche malato sospira,
mano nella tasca nuda.
La luna chiede tormento
e chiede sangue ai reclusi:
ho visto un malato
morire dissanguato
sotto la luna accesa.

 

“Manicomio è parola assai più grande delle oscure voragini del sogno”. Questo è il verso di apertura della raccolta di poesie “La Terra Santa” scritte da Alda Merini durante la sua permanenza presso l'ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. 
Alda trasforma la sua terribile esperienza in un diario intimo, profondo, dal lessico diretto e non filtrato, dal messaggio immediato, spesso impregnato di immagini cruente.
Il mezzo poetico, però, permette alla Merini una trasfigurazione del reale: il manicomio, “cassa di risonanza” in cui il dolore diventa una eco che si propaga tra i ricoverati, diviene la Terra Santa, luogo di riscatto, di purificazione. Il dolore reca in sé i semi della conoscenza, possibile riscatto e redenzione. In questo contesto l'ospedale psichiatrico diviene il monte Sinai, presso il quale Dio affida agli internati le sue “tavole di leggi”, sconosciute agli altri uomini poiché da loro incomprese:
 

Il manicomio è una grande cassa di risonanza
e il delirio diventa eco
l' anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai,
maledetto, su cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta.

 

Il tempo tra le mura del manicomio è un susseguirsi infinito di ore, un ripetersi monotono di pensieri. La linea di confine tra sogno e realtà si fa labile:
 

Ore perdute invano
nei giardini del manicomio,
su e giù per quelle barriere,
inferocite dai fiori,
persi tutti in un sogno
di realtà che fuggiva […]

 

La luce del mattino, azzurra, si posa su gli ammalati i quali, come le panche sulle quali siedono, divengono di “legno”, assenti, privi di vita:
 

Viene il mattino
nel nostro padiglione:
sulle panche di sole
e di crudissimo legno
siedono gli ammalati,
non hanno nulla da dire,
odorano anch'essi di legno,
non hanno ossa né vita,
stan lì con le mani 
inchiodate nel grembo
a guardare fissi la terra.

 

Fuori dai recinti del manicomio la vita continua, fresca e solare, e la sua immagine suscita nella poetessa desideri carnali:
 

[…] e anelo il vento, il sole,
e la mia pelle di donna
contro la pelle di un uomo.

 

E sempre di notte, l'anelito di un uomo si trasforma in un segnale di fumo, un richiamo agli “ospiti” dell'ospedale, agli altri ricoverati:
 

Ho acceso un falò
nelle mie notti di luna
per richiamare gli ospiti
come fanno le prostitute
ai bordi di certe strade,
ma nessuno si è fermato a guardare
e il mio falò si è spento.

 

Questi ultimi versi possono essere letti in maniera duplice. Da un lato, la similitudine della prostituta sembra alludere alla passione, al desiderio della Merini di appagare il suo bisogno sessuale; da un altro, il fumo del falò diviene simbolo di una richiesta d'aiuto che non viene accolta. Nessuno guarda il fumo emesso dal fuoco e il falò si spegne.
Tantissimi falò si sono spenti dentro le mura dei manicomi. Troppe persone hanno passato la loro vita in queste strutture, morendoci. E tante continuano a viverci, murate vive, in condizioni igieniche ed umane pietose.
I manicomi, aboliti a partire dal 1978 dalla legge Basaglia ( molti dei quali ancora in funzione fino al 1994) continuano a vivere sotto altro nome e sotto altra forma: si chiamano oggi ospedali psichiatrici giudiziari (OPG).
Bisogna che ciascuno di noi denunci un tale scempio: è una catastrofe umana. Le persone affette da disturbi psichiatrici dovrebbero essere “guidate” e curate, col fine di un loro reinserimento nella società. Non si possono sostituire medici con guardie, né cure con reclusioni. Non vi sono pazzi o peccatori imperdonabili. Siamo tutti esseri umani. Non vi sono “pazzi” o persone disagiate la cui dignità possa essere calpestata. 
 

Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch'io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c'era anche il Messia
confuso tra la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
.
Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava 
ma andavamo verso le messe,
le messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.
.
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo,
ci facevano gli elettrochoc
perchè, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
.
Ma un giorno da dentro l'avello
anch'io mi sono ridestata
e anch'io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita nei cieli
sono discesa all'inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.

 

(Alda Merini)

 

Benedetto Galifi