MOSCA, IL PICCOLO INSETTO DI EUGENIO MONTALE

Lun, 12/09/2016

Mi ritrovo a riflettere sull'espressione “per sempre”: due semplici parole, una preposizione ed un avverbio di tempo dal significato pretenzioso, quello della durata di qualcosa a tempo indeterminato o indefinito. Ma cosa è il “sempre”? È prerogativa ed esclusività degli dei - imprigionati in un tempo senza fine – o è forse la mania degli esseri umani di non rassegnarsi alla loro intrinseca natura limitata e finita? 
L'uso di questa parola si fa ancor più fuori luogo quando viene impiegato in una storia d'amore. L'ultima persona a cui ho sentito dire “ ti amerò per sempre” si sarebbe dileguata nel giro di ventiquattro ore, dopo due cocktail e un bacio appassionato: forse gli ormoni avevano preso possesso della sua bocca. I muri delle nostre città sono imbrattati da promesse di amori eterni, e spesso gli artefici di tali scritte ( per nulla artistiche ) sono gli adolescenti, che probabilmente neanche un'ora dopo aver pronunciato le paroline magiche “ per sempre” si ritrovano già a flirtare con un'altra compagna di classe: ancora una volta artefici gli ormoni. Per non parlare, poi, di quell'odiosa moda dei “lucchetti d'amore”, legati alla prima ringhiera disponibile e presenti in quantità tali da poter far venire giù un ponte o un cavalcavia: di lì il conseguente e grottesco episodio in cui il sindaco di Roma, Alemanno, richiama lo scrittore Moccia – artefice della “moda” dei lucchetti del “ti amerò per sempre” o “ti amerò full-time, a partire dalla data di oggi”– ad un sopralluogo sul Ponte Milvio, col fine di far rimuovere i catenacci uno per uno.
In una società quale quella attuale, in cui i divorzi prevalgono sui matrimoni e in cui amarsi e lasciarsi è diventato tanto semplice quanto bere un bicchiere d'acqua, dovremmo abolire dal nostro dizionario un'espressione come “per sempre”, spesso utilizzata a sproposito, pronunciata senza averla mai “ragionata”.
Del resto, come potremmo pensare di amare qualcuno “per sempre” quando non è nella natura dell'uomo il vivere “per sempre”? E se provassimo a sostituire il “per sempre” con “ adesso”, “in questo momento”? Sarebbe più bello e profondo un'amore, poiché si caricherebbe di quel senso di precarietà che gli appartiene e che tiene i due amanti sulle le spine, sospesi nell'incognita del domani.
Eppure - rinunciando ad una buona dose di cinismo- all'amore è concesso, da qualche parte, di giurare fedeltà eterna: nell'arte questa promessa trova il suo spazio più reale e più consono.
Persino un grand'uomo, quale Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 - Milano, 12 settembre 1981), nella sua ultima produzione poetica mostra un atteggiamento scettico nei confronti del concetto di “eterno”. Il motivo di tale riflessione va cercato nel momento storico in cui i versi vengono scritti – negli anni '60, quelli del colpo di stato in Grecia del '67, dei “terremoti” del '68 e degli scioperi del '69, con un ricordo ancora fresco del secondo conflitto mondiale– ma, soprattutto, nella perdita della donna che aveva amato tanto, moglie e compagna di vita, Drusilla Tanzi, affettuosamente e ironicamente chiamata Mosca per via delle spesse lenti che portava. Mosca muore nel 1963, in un ospedale di Milano cui era stata ricoverata alcuni mesi prima a seguito di una frattura del femore. A distanza di quasi un anno il poeta aveva già composto le prime sei liriche a lei dedicate, che avrebbero fatto parte delle due sezioni intitolate “Xenia” ed inserite nella più ampia raccolta “Satura”.

Gli “xenia” negli epigrammi dello scrittore latino Marziale sono i “doni da inviare all'ospite”; non a caso Montale sigilla sotto questo nome le ventotto poesie dedicate a Drusilla: piccoli doni da inviare alla sua donna scomparsa, ormai “ospite” dell'aldilà.
Proprio come un insetto, la Mosca di Montale vola indisturbata tra le pagine dello scrittore e in mezzo ai suoi ricordi, sorti da riflessioni o da circostanze quotidiane, quali una telefonata o una foto appesa ad una parete, una camera d'albergo o il fumo di un sigaro, un infilascarpe o un medico il cui nome rievoca il “manganello” utilizzato dalle squadre fasciste. 
Si apre, così, un dialogo a senso unico, un discorrere continuo tra l'io poetico e la donna morta, la cui lontananza, successivamente, si disperderà nel cadere delle barriere del tempo, nella speranza maturata dal poeta che non vi sia discontinuità tra l'esser vivi e il non esserlo, senza mai lasciare spazio, tuttavia, all'idea religiosa di altra una vita dopo la morte: 

Avevamo studiato per l'aldilà 
un fischio, un segno di riconoscimento. 
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.

Mosca è per Montale una guida e il poeta la ricorda come una donna vitale, sempre sorridente, spontanea, lontana dagli ambienti borghesi ed intellettuali. La dote migliore di Drusilla è l'intuitività, il saper captare nonostante lo sguardo “miope” l'essenza delle persone, la sua capacità di guardare “dentro” gli altri schernendo caparbiamente la superbia “dell'alta società”:

Non ho mai capito se io fossi
il tuo cane fedele e incimurrito
o tu lo fossi per me.
Per gli altri no, eri un insetto miope
smarrito nel blabla
dell'alta società. Erano ingenui
quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello:
di esser visti anche al buio e smascherati
da un tuo senso infallibile, dal tuo
radar di pipistrello.

“Il radar di pipistrello” e gli occhi “offuscati” della donna divengono lo sguardo più attendibile del poeta stesso, il “senso infallibile” cui affidarsi:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Nei bellissimi versi appena citati il poeta ci riferisce i due nodi cruciali dell'intera raccolta: la morte intesa come cessazione irrevocabile della vita - inquadrata nel tòpos letterario del viaggio - e l'errore in cui incappano gli uomini, ovvero il credere che la realtà sia solo quella che si può toccare con mano, una realtà fatta di cose materiali, di oggetti di cui ci si attornia e che popolano la nostra esistenza.
Nella poesia che funge da chiusura agli “xenia”, “L'alluvione ha sommerso il pack dei mobili...”, la circostanza d'ispirazione trova la sua origine nel disastroso allagamento di Firenze, causato dallo straripamento del fiume Arno nel novembre del 1966. Le acque del fiume disintegrano molti oggetti e cianfrusaglie che il poeta aveva accumulato negli anni e riposto nella sua cantina. Quegli oggetti divengono simbolo della crisi stessa di Montale: soggetti al declino imposto dal passare del tempo, ormai da anni ed anni immagazzinati in una cantina, da tempo dimenticati, essi vengono definitivamente “fatti fuori” dall'allagamento. L'alluvione, quindi, è anche emblema dell'invasione della cultura di massa tra gli anni '50 e '60, contro la quale Montale aveva fervidamente lottato. L'agonia di questi oggetti e la loro conseguente “morte” per mano della natura diventano simbolo della perdita d'identità del poeta stesso:

[…] Dieci, dodici giorni sotto un'atroce morsura
di nafta e sterco. Certo hanno sofferto
tanto prima di perdere la loro identità.
Anch'io sono incrostato fino al collo se il mio
stato civile fu dubbio fin dall'inizio.

La poesia si conclude con un dovuto ritorno alla donna amata: Montale è riuscito a far fronte alla “crisi” intellettuale degli anni '60 e alla sua personale crisi interiore, reagendo agli “eventi di una realtà incredibile e mai creduta”, solo grazie ad un coraggio che gli è stato dato “in prestito” da Mosca:

Di fronte ad essi il mio coraggio fu il primo
dei tuoi prestiti e forse non l'hai mai saputo.

Se un amore non è mai “per sempre” - Montale docet – cosa resta, dunque, quando esso giunge a termine? Il coraggio. Esso è, infatti, il primo dei prestiti o doni che riceviamo da un amore o dalla vita. Il coraggio di dare il nome esatto a ciascuna cosa e di conferirgli il giusto valore, la capacità di liberarci dagli oggetti materiali che ci circondano sommergendoci di inutilità. Il coraggio, infine, di vivere ogni esperienza dandole il giusto peso, spogliandola di quel senso di “eternità” che non le appartiene, pur tuttavia senza rinunciare alla passione che la connota.
L'amore è amore quando ci insegna qualcosa che non sapevamo. Dovesse pur durare un solo giorno, una sola ora, una parola sola. Fosse anche un solo sguardo.

Benedetto Galifi