UN UOMO SENZA "MA" E SENZA "SE": RUDYARD KIPLING, DI BENEDETTO GALIFI

Ven, 24/06/2016

Si è concluso lo scorso sabato , a Palermo, il primo Pride Nazionale organizzato nel capoluogo della Sicilia. Un corteo di circa 100 mila persone ha attraversato il centro storico della città, sfilando pacificamente in nome dei diritti lgbt. Uno slogan imperava tra gli altri: I diritti umani sono i diritti di tutti.
La rivendicazione di un diritto quale può essere quello degli omosessuali, per estensione, equivale alla rivendicazione della libertà di ciascun essere umano, meritevole – esattamente come tutti quanti - di amare chiunque voglia e di essere libero di essere, senza il timore di divenire vittima dei giudizi avversi e negativi di terzi. Accogliere “il diverso” - diverso dal canone comune e predefinito, s'intende – all'interno della società è un dovere, infatti, che riguarda ciascuno di noi. Del resto, pensare di “respingere” un attore sociale, emarginandolo, solo perché il suo stile di vita o le sue scelte personali entrano in conflitto con le nostre personali idee equivale - usando un'espressione a portata di mano - a darsi la zappa sui piedi.
Come potremmo, infatti, pensare di dire di no o di escludere dalla nostra vita qualcuno che come noi respira, vive, che come noi ha un cuore, lavora e si guadagna il pane sudandoselo e contribuendo col suo lavoro allo sviluppo sociale, che come tutti noi – così come è stato fatto notare da diverse persone – versa regolarmente e onestamente i suoi contributi alle casse dello Stato?
Ciononostante un'ambiguità salta agli occhi: vi è una discordanza tra la grandissima partecipazione dei cittadini ( non solo palermitani o italiani, ma anche europei) al Pride, i quali chiedono al governo il riconoscimento di un diritto elementare quale la libertà - libertà di essere sé stessi, venendo accolti nel tessuto sociale senza maschere o simulazioni – e la risposta, invece, che le istituzioni italiane danno ( o non danno ) a tale richiesta. Sembra di trovarci di fronte ad un cane che continua a mordersi la coda: tutto sommato, i tanti cittadini che hanno partecipato al Palermo Pride ( non solo gay o lesbiche, ma anche tantissime famiglie eterosessuali ) chiedono il riconoscimento di un diritto che spetta a tutti quanti, senza esclusione di nessuno: il diritto di vivere e di potersi vivere appieno dentro la società. E lo stato, dal canto suo, non potrebbe che trarne vantaggio: una legge contro l'omofobia, ad esempio, non solo tutelerebbe le potenziali vittime dell'omofobia, ma contribuirebbe, altresì, al mantenimento dell'ordine pubblico. Insomma, meno denaro da investire nelle forze dell'ordine e nelle strutture sanitarie ma, soprattutto, la garanzia di una vita sociale e di quotidiana più serena ed “ordinata” per tutti quanti. D'altronde chi ci governa ha il potere – tra gli altri – di “educare” i cittadini: è dall'alto che dovrebbe arrivare il messaggio di uguaglianza e di parità dei diritti. Un messaggio che non necessiterebbe spiegazioni, eppure ampiamente dibattuto e non di rado causa di discordie, improntato, come già detto, su di un diritto per il quale oggi come oggi non dovremmo nemmeno lottare, in quanto “diritto”, per l'appunto, ovvero qualcosa che spetta a ciascuno di noi, indistintamente dalla razza o dal colore della pelle, dall'orientamento sessuale o politico, dal proprio credo religioso. Un diritto che uno Stato civile dovrebbe garantire ai tutti suoi cittadini: quello di poterci definire uomini con la “u” maiuscola, tutti uguali di fronte la legge, in quanto tutti esseri umani.
Una delle tante risposte ad alcune reticenze che provengono dalle istituzioni la si potrebbe trovare nel diverso “orientamento” politico a cui ciascuno di noi cittadini aderisce. Ma a questo punto potremmo domandarci: vi è destra o sinistra (o centro ) di fronte il bisogno e il diritto di un essere umano di vivere liberamente e come meglio crede la sua propria vita?
Non divagheremo oltre rispetto ai “no” che spesso provengono da chi ci governa, né servirà indugiare sulla questione dell'omosessualità ampiamente dibattuta negli articoli della settimana precedente. Lasceremo a ciascuno di voi la possibilità di riflettervi su, personalmente.
Il Pride, come d'altronde le tante manifestazioni messe in atto quotidianamente nel nostro Paese ( e non solo ) dai suoi cittadini - pensiamo ai tantissimi disoccupati che scendono in strada per chiedere un lavoro allo Stato – si fa portavoce di una buona fetta di società che vive spesso il disagio di non essere ascoltata dalle istituzioni, il cui ruolo dovrebbe essere quello di lavorare al servizio degli abitanti di una nazione, raccogliendone le esigenze e cercando – entro i limiti del possibile – di esaudirne le richieste.
Non è casuale – d'altronde – che una manifestazione per la rivendicazione dei diritti dei gay prenda la forma di una “rivoluzione culturale”, laddove per “culturale” si intende tutta la cultura di un Paese, palesemente espressa nel vasto ventaglio di varietà umana di cui essa si compone: al corteo procedono sì i gay, le lesbiche e i trans, ma anche gli omosessuali cattolici, le “famiglie arcobaleno”, Amnesty International, gli omosessuali “professionisti”, e tante, tantissime famiglie “normali”, madri e padri che accompagnano i loro bambini. Qualcuno, ironicamente, afferma che questo è “il giorno dell'orgoglio” degli eterosessuali: effettivamente essi aderiscono in massa alla manifestazione, formando un fiume colorato lungo 2 chilometri.
Per le strade è tutta una festa: le persone vengono travolte dalla musica e iniziano a ballare. Tra queste vi sono pure quelle famiglie palermitane provenienti dai quartieri popolari: sorridono, invitano la figlia ad abbracciare un travestito dal look variopinto e scattano loro una fotografia.
Nessuna chiusura mentale né traccia di attacchi o di resistenza da parte dei partecipanti: tutti entrano a far parte del corteo che si trasforma in un'occasione – proprio come le feste di quartiere - per ritrovarsi uniti e vicini gli uni agli altri, tutti diversi e tutti uguali, accomunati dalla gioia di vivere e dall'orgoglio di essere cittadini italiani aperti al confronto.
Non è vero, dunque, che l'Italia è un paese arretrato. Migliore risposta non sarebbe potuta venire che dal Sud Italia, la cui vera immagine è tutt'oggi oscurata e filtrata dai mass media che continuano a proporci – nelle serie televisive o nei film, e a volte anche nei telegiornali – lo stereotipo di una porzione di Italia retrograda, in cui le donne vanno per strada ancora oggi col capo coperto dal velo nero e i clan mafiosi sfoggiano le rivoltelle per strada.
Vi è un sud europeo a tutti gli effetti e perfettamente integrato al resto della penisola, in linea con le esigenze di tutta la nazione: i siciliani come i milanesi, oggi, sono coinvolti dai problemi sociali che stanno creando non pochi disagi all'Italia tutta, attraversata da una forte crisi economica che non può non essere tenuta in considerazione.
Qualcuno ci ha lasciato detto che il lavoro nobilita l'uomo, ma a nostro discapito – e con dolore non indifferente – ci tocca affermare che a causa delle difficili condizioni economiche in cui tanti dei nostri connazionali versano oggi il raggiungimento di uno status di “nobiltà” umana ( qui intensa come “dignità umana” ) sembra ancora lontano. Tutt'oggi, dunque, nel secolo ventunesimo, l'uomo lotta per l'affermazione della propria dignità e per guadagnarsi una porzione di vita decente, per diventare un “uomo” degno di tale nome.
A Rudyard Kipling, famoso per il suo romanzo “Il libro della giungla”, si deve la stesura di una delle più belle poesie del 1900: “If”, “Se”.
Una parola brevissima, composta di una vocale ed una consonante, quale “if” racchiude dentro di sé la sospensione dell'uomo moderno, nella sua duplice veste di schiavo e padrone di sé stesso e dell'altro. Lo scrittore ci indica una possibile via che può condurre l' uomo al raggiungimento della sua libertà personale e della sua autoaffermazione: “If” traccia il cammino che fa di un essere umano un uomo a tutti gli effetti:

Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti intorno a te
L'hanno persa e danno la colpa a te,
Se puoi avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te,
Ma prendi in considerazione anche i loro dubbi.
Se sai aspettare senza stancarti dell'attesa,
O essendo calunniato, non ricambiare con calunnie,
O essendo odiato, non dare spazio all'odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio;
.
Se puoi sognare, senza fare dei sogni i tuoi padroni;
Se puoi pensare, senza fare dei pensieri il tuo scopo,
Se sai incontrarti con il Trionfo e la Rovina
E trattare questi due impostori allo stesso modo.
Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi,
O guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori.
.
Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare dal principio
e non dire mai una parola sulla tua perdita.
Se sai costringere il tuo cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c'è più nulla
Tranne la Volontà che dice loro: "Tenete duro!"
.
Se riesci a parlare alle folle e conservare la tua virtù,
O passeggiare con i Re, senza perdere il contatto con il popolo,
Se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi,
Se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo.
Se riesci a riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che più conta - sarai un Uomo, figlio mio

La storia non si fa con i “se” e con i “ma”: eppure, probabilmente, se ci fermassimo a riflettere più spesso su i “se” - concedendoci il beneficio del dubbio, proprio degli animi più “moderati” - e sulle possibilità che essi riservano, il mondo in cui viviamo sarebbe migliore.
Se solo ci ponessimo più domande, senza avere la presunzione di possedere già tutte le risposte, riusciremmo a migliorare la qualità della nostra vita, poiché riusciremmo a vedere meglio colui o colei che ci sta accanto: “se” tutti gli uomini fossero uguali di fronte alla legge, ciascuno vivrebbe libero e gli altri ne trarrebbero vantaggio. Il benessere e la felicità sono una catena, frutto di un lavoro di squadra.
Abbiamo bisogno degli altri per sopravvivere e vivere. E se provassimo a sostituire i “no” con i “se”? Il Pride sarebbe un orgoglio quotidiano, l'orgoglio di tutti gli esseri umani, uguali di fronte alla legge... della natura.

Benedetto Galifi