"Dura sconfitta dei romani per merito della nuova scoperta di Annibale"

Lun, 05/12/2016

Ricordare le tre grandi sconfitte subite dai romani durante la seconda guerra punica sui banchi di scuola è sempre stato facile. I nomi dei luoghi in cui sono maturate suonano infatti come uno scioglilingua: Ticino, Trebbia e Tresimeno.                                              .                                                     .                                                               
Ma comprendere lo stupore di chi nel 218 a.c. abitava la Val Trebbia non è possibile. L’esercito con cui il grande Annibale, il mitico condottiero di Cartagine, era partito dalla Spagna con l’idea di far cadere Roma era da far tremare i polsi. Si parla di 90.000 soldati (tra cui i leggendari frombolieri delle Baleari) e 12.000 cavalieri. Soprattutto si parla di 37 elefanti. Una creatura enorme, mai vista prima dai popoli dell’Italia. Addomesticati per la prima volta dall’uomo nella valle dell’Indo più di 4.000 anni fa, usati dai persiani e quindi da Alessandro il Grande, gli elefanti furono il grande carro armato dell’antichità. Una massa di muscoli capace di caricare a 30 chilometri orari, di penetrare qualunque difesa umana, di scompaginare la più potente delle linee nemiche a colpi di zane. I cartaginesi li avevano portati in Europa dalle coste del nord Africa. Alla battaglia del Trebbia in realtà ne arrivarono soltanto 21, gli altri erano stati falcidiati dal freddo durante la traversata delle Alpi (dove in anni recenti sono stati trovati zanne e altri resti). Di fianco a Stradella, l’esercito romano fu sbaragliato dal terribile mostro portato dal nemico. Ma alla successiva battaglia, sul Trasimeno, quasi alle porte di Roma, di Elefanti ne rimase uno soltanto. Il leggendario Surus, cui Annibale volle anche intitolare una città. Si dice morì all’altezza di Arezzo, durante la ritirata cartaginese. Altri sostengono che si trovi invece nei pressi del Trebbia. L’uso militare degli elefanti fu abbandonato quando si coprì che temevano i rumori acuti, come quello di trombe lunghe e sottili impiegate infatti dai romani dopo le prime disfatte. Bastava conoscere il trucco. Racconta Plinio il vecchio che a far imbizzarire gli elefanti bastavano i versi striduli dei giovani maiali.  Ricordare le tre grandi sconfitte subite dai romani durante la seconda guerra punica sui banchi di scuola è sempre stato facile. I nomi dei luoghi in cui sono maturate suonano infatti come uno scioglilingua: Ticino, Trebbia, Tresimeno. Ma comprendere lo stupore di chi nel 218 a.c. abitava la Val Trebbia non è possibile. L’esercito con cui il grande Annibale, il mitico condottiero di Cartagine, era partito dalla Spagna con l’idea di far cadere Roma era da far tremare i polsi. Si parla di 90 000 soldati (tra cui i leggendari frombolieri delle Baleari) e 12.000 cavalieri. Soprattutto si parla di 37 elefanti. Una creatura enorme, mai vista prima dai popoli dell’Italia. Addomesticati per la prima volta dall’uomo nella valle dell’Indo più di 4.000 anni fa, usati dai persiani e quindi da Alessandro il Grande, gli elefanti furono il grande carro armato dell’antichità.                          Una massa di muscoli capace di caricare a 30 chilometri orari, di penetrare qualunque difesa umana, di scompaginare la più potente delle linee nemiche a colpi di zane. I cartaginesi li avevano portati in Europa dalle coste del nord Africa. Alla battaglia del Trebbia in realtà ne arrivarono soltanto 21, gli altri erano stati falcidiati dal freddo durante la traversata delle Alpi (dove in anni recenti sono stati trovati zanne e altri resti). Di fianco a Stradella, l’esercito romano fu sbaragliato dal terribile mostro portato dal nemico. Ma alla successiva battaglia, sul Trasimeno, quasi alle porte di Roma, di Elefanti ne rimase uno soltanto. Il leggendario Surus, cui Annibale volle anche intitolare una città. Si dice morì all’altezza di Arezzo, durante la ritirata cartaginese. Altri sostengono che si trovi invece nei pressi del Trebbia. L’uso militare degli elefanti fu abbandonato quando si coprì che temevano i rumori acuti, come quello di trombe lunghe e sottili impiegate infatti dai romani dopo le prime disfatte. Bastava conoscere il trucco. Racconta Plinio il vecchio che a far imbizzarire gli elefanti bastavano i versi striduli dei giovani maiali.