KONSTANTINOS KAVAFIS TRA VOYEURISMO E NOSTALGIA | DI BENEDETTO GALIFI

Ven, 29/04/2016

In questo secondo appuntamento dedicato alla poesia omosessuale vi poterò in giro tra le strade di Alessandria d'Egitto. La sola raccomandazione che vi faccio è di lasciare a casa qualsiasi forma di pregiudizio, qualora ne foste in possesso. I pregiudizi sono nemici della conoscenza poiché la precedono, affondando le radici sui terreni instabili delle congetture, non di rado infondate. Conoscere e vivere sono le due facce di una stessa medaglia: la vita e la conoscenza sono consequenziali e in quanto tali richiedono entrambe una “apertura mentale” fine alla loro realizzazione. La conoscenza, dunque, comporta lo sforzo di abbandonare quelle congetture mentali che spesso limitano il nostro campo visivo, riducendo la realtà che ci circonda a quanto i nostri occhi “vedono” o “vogliono vedere”, e privandoci della possibilità di arricchire il nostro personale bagaglio umano ed esperienziale. Sgombrare la mente da ogni forma di pregiudizio – per ultimo – ci permette di avere un quadro effettivo delle cose e di discernere il bene dal male, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ciò che ci piace da ciò che non ci piace: il tutto con cognizione di causa. Ricordo di un amico che ripetutamente avevo invitato al ristorante cinese. Si ostinava a rifiutare “temendo” che non gli piacesse; per lui non esisteva che la cucina mediterranea. Un giorno – con mio stupore – accettò di farmi compagnia: prese riso in bianco. Al tavolo accanto c'erano due ragazze, una delle quali sarebbe diventata la sua futura moglie. Da quel giorno in poi la coppia felice torna a quel ristorante almeno una volta a settimana. Il mio amico non sembra disegnare la cucina cinese: ha persino imparato a preparare gli involtini primavera e il pollo alle mandorle.
Il pregiudizio, dunque, equivale alla “paura di conoscere”: ci si auspica, allora, che il mondo sia pieno di temerari, poiché il coraggio è il motore della vita e abbiamo bisogno di esso per conquistarci un posto nel mondo.
Ma torniamo ad Alessandria. È una notte di luglio e l'aria è pesante. Ci troviamo in un bar della città, ubicato in un quartiere malfamato. Nel locale sono rimasti in quattro: due giovani, un uomo e un cameriere che si è addormentato. Non vi è traccia di donna. La luce è soffusa, una lampada a petrolio illumina ad intermittenza le usurate pareti di legno. L'aria è impregnata di fumo di sigarette.
L'uomo – prossimo alla vecchiaia – osserva i due giovani scambiarsi uno sguardo di intesa: nel giro di qualche secondo si spoglieranno con la foga di una passione travolgente. Li eccita non esser visti. In realtà c'è chi li sta osservando, seppur loro non riescano a vederlo, e quell'uomo maturo, armato di taccuino, annota i dettagli della sveltina:

L'una di notte, forse,
o l'una e mezza.
.
In un angolo della bettola,
dietro quella parete di legno.
Il locale completamente vuoto, salvo noi due.
Appena lo illuminava una lampada a petrolio.
Dormiva, vicino alla porta, l'insonnolito cameriere.
.
Nessuno ci avrebbe visti. Ma già
eravamo tanto accesi
che ci era impossibile avere precauzioni.
.
I vestiti si aprirono a metà – erano pochi
perchè ardeva la canicola divina di Luglio.
.
Godimento di carni tra
vestiti semiaperti:
rapida nudità delle carni – la sua parvenza
ventisei anni ha attraversato: ed ora viene
per perpetuarsi in questi versi.

Il cameriere si avvicina al tavolo: “Eccole servito l'ouzo che ha ordinato, signor Kavafis”. L'uomo cade dalle nuvole. Beve un sorso di liquore e si guarda intorno: il locale è vuoto. Gli è successo una volta ancora: è stato rapito dai ricordi.
Si chiama Kostantinos Kavafis 
(Alessandria d'Egitto, 29 aprile 1863 - Alessandria d'Egitto, 29 aprile 1933)
 ed è poeta. Ha un volto inconfondibile, di quelli che non si dimenticano facilmente. Il suo sguardo – nascosto da spessi occhiali – ha un non so che di inquietante ed affascinante al contempo: un'aria ambigua, a metà tra un topo da biblioteca ed un nostalgico voyeur.
Effettivamente il suo aspetto non tradisce la persona: Kavafis passa le giornate della sua età matura passeggiando tra i vicoli degradati della sua amata Alessandria, dai bar alle botteghe, dalle bettole alle case ormai abbandonate, alla ricerca di memorie sparse dei felici tempi della gioventù e della “voluttà”, ricordi da rendere immortali nei suoi versi, spiandone i bei corpi e gli amplessi, corpi di giovani di cui aveva avuto la fortuna di godere, tutti ragazzi di un'età compresa tra i ventanni e i ventinove – mai oltre i trenta – segnati dal marchio indelebile della bellezza fisica, molto spesso provenienti dalle classi sociali più povere. Giovani – come lo era lo stesso Kavafis – dediti ad “una inclinazione erotica tanto vietata e così esecrata” e per tale ragione costretti ad incontrarsi di notte, in spazi chiusi e lontani dagli occhi di una “società troppo puritana” che “sentenziava stoltamente”. L'omosessualità è bandita dal tessuto sociale e questi ragazzi spesso si ritrovano soli e squattrinati, abbandonati a sé stessi, dediti ad uno stile di vita precario e dissoluto:

Quell'anno si trovò senza lavoro:
allora campava con il gioco delle carte,
con i dadi e con i prestiti. [...]
.
Sì e no due, tre scellini al giorno li rimediava.
Cosa poteva ricavare, il ragazzo, dalle carte e dai dadi,
nei locali del suo livello, di basso rango […]
.
I suoi vestiti ridotti ormai in uno stato pauroso.
Lo stesso abito lo portava sempre, un abito
color cannella ormai scolorito. […]

Il rifiuto sociale parte dalle stesse famiglie a cui i giovani omosessuali appartengono. La condizione di rifiuto ed abbandono li spinge ai margini della società, portandoli a cercare piaceri occasionali in persone che vivono la loro stessa condizione, a consumare i loro atti sessuali o a vivere le loro storie d'amore dentro le pareti di case di “malaffare”:

Pieni di gioia e d'ardore, di bellezza e di eccitazione
se ne andarono – non nelle case delle loro rispettabili famiglie
(dove del resto nessuno più li voleva)
ma in un luogo particolare, che conoscevano,
in una casa di malaffare in cerca di una camera
per la notte […]

Gli occhi di Kostantinos sono ovunque e attraversano il cuore di quell'Alessandria ricca di storia e di memorie, città fonte di ispirazione e teatro di “amori inconsueti”, i cui luoghi il poeta conosce come le sue tasche. Si muove all'ombra, nei meandri della sua stessa memoria, trasformandosi da “protagonista” in “guardone”: finita la gioventù, il poeta non può fare altro che recuperare i ricordi delle ore felici trascorse in compagnia di giovinetti, spiandoli morbosamente, e traendone eccitazione dalla vista.
Gli amanti occasionali sono travolti da una forza sessuale assoluta e inevitabile, alla quale non riescono a sottrarsi:

Giura ogni tanto di volere cominciare una vita migliore.
Ma quando giunge la notte con i suoi consigli,
con i suoi compromessi, le sue lusinghe:
ma quando giunge la notte con l'impeto
del corpo che anela e reclama, allora
perdutamente ritorna a quella stessa gioia fatale.

O ancora:

[…] L'ha perduto per sempre, come se non fosse mai esistito.
Perchè voleva – così gli disse – voleva uscire
dal marchio di una morbosa voluttà:
dal marchio di una vergognosa voluttà.

Due tendenze opposte, dunque, entrano in conflitto nell'animo dello scrittore: la retta via tracciata dalla morale cattolica ( la cui educazione Kavafis aveva ricevuto da bambino) e l'oscuro e attraente cammino segnato dalla voluttà. Tra i “piaceri consueti” ed il “piacere proibito” il poeta si abbandona quest'ultimo, che profuma di gioia nei suoi ricordi:

Gioia e profumo della vita mi è la memoria delle ore
in cui ho incontrato e posseduto la voluttà
come la desiderai. Gioia e profumo della vita per me
che ho sdegnato ogni piacere d'amori consueti.

Tale scelta si rivela salda, e il poeta professa il suo personale credo:

Non volli lacci. Andai senza riguardi.
Ai piaceri, quelli reali
e quelli che turbinavano nella mia mente
andai nella notte lucente.
E mi dissetai con i vini più gagliardi
quelli che bevono gli arditi del piacere.

La morbosità con la quale il Kostantinos “voyeur” osserva – nella memoria - sé stesso, fotografando i numerosi episodi sessuali di cui partecipa quasi sempre in prima persona ,viene impiegata anche nella scrittura dei suoi versi. Si fa urgente nel poeta il bisogno di tradurre in Bellezza – quindi in Arte – ciò che il tempo ha logorato nel suo trascorrere. Alla poesia viene affidato il compito di rendere eterni quei corpi commemorati ossessivamente: altrettanto ossessiva è la lavorazione delle sue poesie – cui dedica lunghi anni – alle quali egli affida il compito arduo di tradurre in Bello la memoria, modellando come statue quanto i suoi occhi hanno visto e immagazzinato nei ricordi.

Seduto, sto fantasticando. Desideri e sensazioni
ho portato all'Arte – volti appena intravisti,
tratti accennati: e incerte memorie
d'amori impossibili. Mi affido ad Essa.
Sa raffigurare la Forma della Bellezza:
e riempie quasi inavvertitamente la vita intera
unisce le sensazioni, annoda i giorni.

Pur tuttavia, la trasformazione della memoria in oggetto d'arte non sempre si rivela soddisfacente. Essa, infatti, non basta, poiché manca di quelle sensazioni che possono soltanto essere vissute, e che nemmeno la scrittura riesce a rendere . La voluttà è istinto, è un forte sentire: e il vecchio Kavafis ne invoca il ritorno, in un impeto nostalgico:

Ritorna spesso e prendimi,
amata sensazione ritorna e prendimi -
quando si ridesta la memoria del corpo
e l'antico desiderio di nuovo si versa nel sangue:
quando le labbra e la pelle ricordano,
e le mani come se ancora toccassero.

.
Ritorna spesso e prendimi, la notte,
quando le labbra e la pelle ricordano.

È dunque la nostalgia – in un'ultima analisi - la madre dei versi del poeta alessandrino. Una sentimento nostalgico che, però, mai si abbandona al patetismo o alla rassegnazione. Una nostalgia intesa come “ritorno al dolore”, ovvero momento di rivisitazione del passato: un sentimento che nulla ha a che vedere con un disturbo psichico ( in origine era reputata tale) , un mezzo efficace attraverso il quale gli esseri umani possono ricorrere per rielaborare le loro esperienze passate, affrontandole e guardando al futuro. Ovviamente senza cadere nell'eccessiva nostalgia di chi vive proiettato nel passato non riuscendo a godere del presente. Kavafis può avvalersi, oltre che del sentimento nostalgico, anche dell'arte del verso per “ricostruire” la sua storia personale. Tuttavia gli resta in bocca, più o meno sepolto, il retrogusto amaro di quanto è andato perduto e non può più tornare: come un mago, nelle sue poesie, egli resuscita i corpi del suo passato voluttuoso, li spia, li sviscera, ne ricerca il profumo in maniera morbosa, inventa un elisir di vita eterna, si munisce di marmo e scalpello e li modella, dandogli l'eternità. Crea statue, bianche ed immortali e si ferma a contemplarle. E contempla pure sé stesso, statua tra le statue, nostalgico e superbo.
.
Benedetto Galifi